Letteratitudine, 6 October 2026 – “TRADURRE UMBERTO ECO MENTRE SCOPPIANO LE RIVOLUZIONI di Elena Kostioukovitch (La nave di Teseo)”
On 6 October 2026, an interview with Elena Kostioukovitch – alongside a review of her new book “Translating Eco in an era of revolutions” – was published on the portal Letteratitudine, the online blog of Massimo Maugeri.
TRADURRE UMBERTO ECO MENTRE SCOPPIANO LE RIVOLUZIONI di Elena Kostioukovitch (La nave di Teseo)
“Tradurre Umberto Eco mentre scoppiano le rivoluzioni” di Elena Kostioukovitch (La nave di Teseo, 2026)
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Ci sono libri che prendono le mosse da uno scrittore e finiscono per condurre il lettore molto più lontano, verso questioni che riguardano le parole, le lingue, le culture e persino il modo in cui gli esseri umani continuano a comprendersi quando vengono meno i territori comuni. È il caso di Tradurre Umberto Eco mentre scoppiano le rivoluzioni di Elena Kostioukovitch (La nave di Teseo, 2026), un libro che nasce da una frequentazione lunga e privilegiata con uno dei protagonisti più importanti della cultura italiana e internazionale dell’ultimo mezzo secolo, ma che sarebbe riduttivo considerare semplicemente un libro su Umberto Eco.
Eco ne costituisce, certo, il fulcro: attorno a lui si dispongono però riferimenti alla storia della traduzione, la responsabilità di chi riceve in consegna le parole di una così illustre personalità, i rapporti fra letteratura e storia, le trasformazioni dell’Europa e della Russia, le vicende della censura e della libertà, l’evoluzione degli strumenti con cui si traduce e, non ultima, la questione ormai ineludibile dell’intelligenza artificiale applicata alla parola. Il punto di osservazione è quello, singolare e privilegiato, di una donna straordinaria che Eco lo ha tradotto, studiato, frequentato, ascoltato e anche contraddetto; soprattutto, di una traduttrice che si è trovata a interrogarsi,
ogni volta, non soltanto su ciò che lo scrittore aveva scritto, ma su ciò che dietro quelle parole prendeva forma: intenzioni, allusioni, sottintesi, riferimenti, ironie, risonanze. Elena Kostioukovitch sa dunque per esperienza (ed è un’esperienza fuori dal comune) che cosa significhi assumersi la responsabilità di trasferire un’opera da una lingua all’altra. Nata a Kyiv in una famiglia russa, cresciuta culturalmente a Mosca e poi approdata in Italia, dove è diventata cittadina italiana, ha tradotto in russo sette romanzi di Eco, da Il nome della rosa a Numero zero, oltre a numerosi suoi testi saggistici. Un percorso che le è valso, fra gli altri riconoscimenti, il Premio Grinzane Cavour per la traduzione nel 2003 e il Premio nazionale per la traduzione nel 2007.
Elena Kostioukovitch, in verità è molto (ma molto) altro: è una scrittrice e saggista eccelsa, ha insegnato in varie università del mondo (dalla Russia al Giappone all’Argentina, e alla Statale di Milano dal 2001 al 2017), ha fondato un’agenzia letteraria di prestigio internazionale (Elkost Intl.: che ha portato nel mondo autori russi e non solo) e, da diverso tempo, dissociandosi dal regime che si è installato in Russia, preferisce scrivere in italiano (lingua in cui ha pubblicato il romanzo Sette notti del 2015). Ma nemmeno questo stupefacente curriculum spiega fino in fondo l’importanza e la natura del libro di cui stiamo scrivendo in queste righe. Per avvicinarsi al suo nucleo bisogna porsi, intanto, una domanda apparentemente banale ed elementare, ma che – a pensarci bene – non lo è affatto: che cosa vuol dire tradurre Umberto Eco?
E, questa, è una delle domande che rivolgiamo all’autrice nell’ambito di questa chiacchierata…
– Cara Elena, partiamo dall’inizio. Quando e come nasce Tradurre Umberto Eco mentre scoppiano le rivoluzioni? Ti ricordi il momento, il periodo, in cui è nata l’esigenza di scriverlo?
Il libro l’ho scritto velocemente, quando mi sono resa conto che erano trascorsi i dieci anni dalla morte di Eco che lui stesso aveva imposto a tutti noi come limite. Si trattava di quei dieci anni nel corso dei quali lui aveva chiesto che la sua figura fosse lasciata in pace, senza organizzare convegni né pubblicare testi dedicati a lui.
Io, per conto mio, non ho quasi più pensato alla sua eredità culturale: lui mi mancava come un amico, come una persona importantissima per tutta la mia vita. Naturalmente, sapevo di avere accumulato molte riflessioni nel corso di più di trentacinque anni di lavoro sui testi di Umberto Eco, dal 1980 al 2016.
E poi, ad un tratto, ho pensato: se non squaderno adesso tutto quello che porto dentro, allora quando? E se di tutti quei ricordi specifici non mi occuperò adesso io, allora chi?
Il libro è nato così. Come racconto di un mestiere e, insieme, come libro di memorie. Volevo mostrare che cosa significhi vivere per decenni dentro l’opera di uno scrittore, accompagnandone l’evoluzione, e come il lavoro del traduttore venga trasformato dalla storia. Mentre traducevo Eco, cambiavano i regimi politici, cadeva l’Unione Sovietica, arrivavano il computer, Internet, la traduzione automatica e infine l’intelligenza artificiale. Cambiavamo noi traduttori e cambiava anche Eco.
– Il titolo del libro è bellissimo e fortemente evocativo. Ti andrebbe di commentarlo?
Scoppiavano davvero le rivoluzioni. La prima fu politica e mentale. Cominciai a tradurre Il nome della rosa nell’Unione Sovietica, in un mondo dove la circolazione dei libri e delle idee era controllata dallo Stato. Quel romanzo, con la sua biblioteca proibita e il sapere custodito da pochi, parlava in modo sorprendentemente diretto alla nostra esperienza.
Poi vennero le rivoluzioni tecnologiche: il passaggio dalla matita alla macchina da scrivere, dalla dattilografia al computer, dai dizionari cartacei alle ricerche in rete. Cambiarono gli strumenti e perfino il modo di pensare sulla pagina.
Infine si trasformò lo status del traduttore. Da figura quasi invisibile, il traduttore divenne sempre più spesso interlocutore dell’autore, promotore del libro, agente culturale, talvolta perfino suo “fiancheggiatore”.
– In generale, cosa vuol dire tradurre? E, in particolare, cosa vuol dire tradurre Umberto Eco?
Tradurre significa anzitutto capire quale approccio richieda un determinato testo. Nel libro propongo una distinzione tra due metodi: adattamento e trasformazione.
Con l’adattamento si cerca di far entrare nella lingua d’arrivo l’enciclopedia culturale dell’originale: il lessico, gli oggetti, le istituzioni, le particolarità storiche.
La trasformazione cerca invece di ricreare nella lingua d’arrivo il fascino singolare dell’autore, anche quando questo richiede di allontanarsi dal compito di riprodurre fedelmente qualche “item” del lessico. L’effetto che produce una storia in un diverso ambiente culturale deve sopravvivere e deve essere forte. Le fiabe ne sono un meraviglioso esempio; ma altrettanto “Romeo e Giulietta”. E molte parodie, e le miniature sperimentali di Raymond Queneau.
È sempre il testo stesso a suggerire uno dei due approcci.
Il traduttore di Eco lavora prevalentemente con il metodo di “adattamento” e deve essere un bravo filologo, detective, storico, attore e, in qualche giornata particolarmente difficile, anche acrobata. Deve soprattutto sentire le voci. Belbo, Salvatore, Jorge, Baudolino o Yambo non parlano tutti nello stesso italiano trasportato meccanicamente in un’altra lingua. Ognuno possiede un proprio lessico, i propri pregi e difetti retorici… ma si può parlare anche delle materie più sottili, come un respiro particolare, un timbro particolare, persino di una propria temperatura.
– Il romanzo che ha reso Umberto Eco celebre in tutto il mondo è Il nome della rosa. Cosa significa per un traduttore “approcciarsi” a un testo del genere? E cosa ha significato per te?
Era un libro proibito che parlava, con impressionante precisione, del mondo in cui vivevo.
Trovai il romanzo nello specchran, il reparto di conservazione speciale della Biblioteca statale di Letteratura straniera di Mosca, dove lavoravo. Era una sorta di stanza segreta, accessibile soltanto a persone autorizzate e controllate. La somiglianza con la biblioteca del romanzo era quasi comica, se la situazione non fosse stata tanto grave: leggevo e cominciavo a tradurre un libro vietato proprio perché raccontava i meccanismi attraverso i quali il Potere vieta e nasconde i libri. Una costruzione en abyme, oppure, per dirla alla russa, una matrioska.
Fin dall’incipit, con il ricordo dell’invasione sovietica di Praga nel 1968, compresi che il romanzo avrebbe incontrato enormi ostacoli. Eppure ero sicura anche che doveva arrivare ai lettori sovietici. Quella biblioteca chiusa, governata da censori convinti di poter decidere per altri, quale era il loro diritto di conoscere, era una metafora fin troppo spietata per non cercare di farla conosciuta e famosa.
Dal punto di vista linguistico significò ricostruire in russo un intero Medioevo europeo, il cattolicesimo, l’Europa. Mancavano termini, tradizioni e riferimenti. La cultura religiosa nell’URSS era stata repressa per decenni e il lessico sopravvissuto apparteneva soprattutto alla tradizione ortodossa. Invece Eco lavorava con la tradizione cattolica occidentale. Ogni pagina richiedeva ricerche immense. Ho ribattuto quelle ottocento cartelle cinque volte. A pensarci oggi, mi dolgono ancora un po’ le dita.
– Cosa puoi dirci in merito al tuo rapporto personale con Umberto Eco? C’è qualche aneddoto in particolare che puoi condividere con chi sta leggendo questa intervista?
Con il tempo Eco diventò un amico affettuoso, generoso, ironico, qualche volta imprevedibile. Cercavo tuttavia di conservare una certa distanza tra l’uomo reale, con la barba, la pancetta, gli occhiali, il Borsalino e le sciarpe colorate scelte da Renate, e l’Autore che avevo il compito di interpretare.
Per una specie di orgoglio professionale, evitavo di chiedergli spiegazioni. Preferivo passare giorni tra dizionari ed enciclopedie. Mi sembrava che il traduttore dovesse arrivare da solo alla soluzione, senza trasformare l’autore in un distributore gratuito di risposte.
Una volta, dopo avere sprecato non so quanto tempo su una parola misteriosa, mi arresi e gli domandai che cosa significasse. Eco rispose, imperturbabile: «È una svista tipografica. Dimenticavo di dirvi che questa parola non esiste».
Ecco, il nostro rapporto conteneva anche questo: erudizione, amicizia, ostinazione e una certa quantità di tempo eroicamente perduto.
– E cosa puoi dirci, in generale, sul rapporto di Umberto Eco con le sue traduttrici e i suoi traduttori (che tu, peraltro, ben conosci)?
Era un rapporto molto particolare. Eco ci chiamava la “squadra Eco” oppure, con un gioco di parole, gli “ecografi”. In un messaggio al traduttore inglese Richard Dixon parlò addirittura della “setta dei miei traduttori”. In effetti eravamo una piccola comunità internazionale: Burkhart Kroeber per il tedesco, Jean-Noël Schifano per il francese, Imre Barna per l’ungherese, Helena Lozano Miralles per lo spagnolo, io per il russo e diversi altri colleghi.
Ci incontravamo, ci scrivevamo e confrontavamo le soluzioni. Fra traduttori di lingue diverse esiste una generosità sorprendente: non siamo concorrenti, perché ciascuno lotta con una materia linguistica differente. Siamo piuttosto complici.
Le celebri istruzioni di Eco ai traduttori, però, non erano sempre oracoli infallibili. Alcune risultavano preziose, altre ovvie, altre ancora impossibili da applicare. Le migliori erano quelle che ci autorizzavano a inventare (benvenuto il metodo della “trasformazione”!).
– In che modo l’avvento del computer ha influito sul tuo lavoro di traduttrice?
Il passaggio dalla macchina da scrivere al computer fu un vero cambio d’epoca. Uno dei ricordi formativi: la mia macchina da scrivere. Era un’Olympia del 1941, arrivata a mio nonno verso la fine della guerra. Richiedeva colpi secchi e robusti, quasi da cannoniere. Prima del computer ribattevo ogni testo quattro, cinque o sei volte. Correggevo a penna finché la pagina diventava un intrico illeggibile, poi ricominciavo da capo.
Dal 1988 scrivo al computer. Le dita si stancano meno e la revisione è infinitamente più comoda. Questa facilità, tuttavia, contiene una trappola. Basta cambiare una parola e quella parola ne trascina con sé un’altra; in pochi minuti si può distruggere la fragile armonia di un paragrafo senza ricordare più dove sia cominciato il guaio.
Il computer incoraggia una revisione potenzialmente infinita. In questo senso, il lavoro è diventato perfino più spossante.
– Rimanendo in ambito tecnologico: in che modo, a tuo avviso, l’IA sta impattando (o impatterà) nell’ambito delle traduzioni? E cosa avrebbe detto Umberto Eco a riguardo?
L’intelligenza artificiale sa già svolgere in modo dignitoso la trasposizione di molti testi di servizio e di una parte della narrativa scritta in un linguaggio piano e standardizzato. Può inoltre fornire al traduttore un punto di riferimento, una prima ipotesi da controllare. Sarebbe sciocco rifiutare per principio uno strumento utile.
La difficoltà comincia quando il testo possiede una voce irripetibile. L’intelligenza artificiale può proporre una soluzione plausibile, però non assume la responsabilità artistica della scelta. Non sa decidere se, in quel determinato punto, occorra conservare l’enciclopedia culturale dell’originale oppure ricrearne l’effetto nella cultura d’arrivo. In altre parole, non sa scegliere consapevolmente tra “adattamento” e “trasformazione”.
Un traduttore esperto che prova a rivedere una traduzione automatica sentirà presto il bisogno di cambiare tutto. Alla fine aprirà un file vuoto e comincerà a riscrivere il romanzo come se fosse il proprio, magari gettando ogni tanto uno sguardo al lavoro del collega elettronico. Perché no? Grazie al progresso, avrà ottenuto senza fatica un ulteriore strumento di controllo.
Quanto a ciò che avrebbe detto Eco, posso soltanto formulare un’ipotesi. Era troppo curioso per respingere l’intelligenza artificiale e troppo consapevole dei meccanismi del linguaggio per scambiarla con un autore. Probabilmente l’avrebbe sperimentata, provocata e costretta a produrre risultati interessanti, per poi studiare con enorme divertimento le sue mostruosità. Nel Pendolo di Foucault aveva già intuito quanto fosse seducente attribuire alla macchina una personalità soggettiva.
– So che sei appena rientrata da un viaggio in Ucraina per il book tour dedicato alla traduzione ucraina del tuo libro “Kyiv” (per saperne di più, cliccare qui). E so che durante le presentazioni, il pubblico ti ha posto molte domande anche su Tradurre Umberto Eco mentre scoppiano le rivoluzioni.
Ti andrebbe di parlarcene?
In Ucraina mi ha colpito il modo in cui le domande su Eco confinavano con il drammatico presente. Per quel pubblico la letteratura non è un elegante esercizio separato dalla vita. Quando le città vengono bombardate, gli archivi distrutti e la verità storica aggredita quotidianamente dalla propaganda avversaria, – parlare della memoria, della censura, della costruzione del nemico e della manipolazione delle parole diventa un atto di resistenza concreta.
Il nome della rosa è stato percepito come un libro sul controllo del sapere e sulla responsabilità di salvarlo. Il fascismo eterno e Costruire il nemico sono apparsi legati in modo quasi doloroso all’esperienza attuale degli ucraini. E infatti, mi sono resa conto ancora una volta che il mio libro racconta vicende avvenute nei tempi del crollo dell’Unione Sovietica, eppure molte di quelle vicende sembrano affacciarsi di nuovo davanti a noi. Quella ucraina è una lettura diversa da quella italiana, e proprio per questo straordinariamente viva.
– In chiusura, qual è a tuo avviso l’eredità più importante che Umberto Eco ci ha lasciato? E il valore e gli effetti di questa eredità sono sempre uguali, o sono suscettibili di cambiamento anche con riferimento ai contesti spaziali e temporali in cui le opere di Eco vengono (e verranno) lette e rilette?
Credo che la sua eredità più importante sia l’educazione alla complessità. Eco ci ha insegnato a diffidare delle spiegazioni troppo semplici, delle verità confezionate, delle parole d’ordine che pretendono di dispensarci dalla fatica del pensiero. Ci ha insegnato che interpretare è necessario, ma che l’interpretazione possiede dei limiti; che il sapere deve restare aperto, verificabile, discutibile; che il riso è una forma di libertà e, proprio per questo, fa paura a ogni potere dogmatico.
Questa eredità cambia quando attraversa le frontiere. In Italia Il nome della rosa può essere letto attraverso la storia della Chiesa, il Medioevo, la tradizione filosofica europea. Nell’Unione Sovietica fu letto come un romanzo sulla censura e sui depositi segreti del sapere. Nell’Ucraina di oggi parla anche della difesa della memoria contro chi cerca di cancellarla, bruciarla con un vero fuoco, farla esplodere con i veri missili.
In tempi come i nostri, è un’eredità ancora viva, scattante, bruciante e profondamente sovversiva. La mantiene così attiva la fiducia di Eco nel lettore intelligente, attivo, disposto a esplorare e capire.
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La scheda del libro: “Tradurre Umberto Eco mentre scoppiano le rivoluzioni” di Elena Kostioukovitch (La nave di Teseo, 2026)
Tradurre Umberto Eco mentre scoppiano le rivoluzioni è insieme un’autobiografia collettiva, un saggio sulla traduzione, un viaggio nel cuore creativo di Umberto Eco e uno sguardo sulle trasformazioni culturali e politiche degli ultimi decenni.
Elena Kostioukovitch intreccia la propria esperienza di traduttrice con quella dei colleghi che hanno portato nelle diverse lingue straniere le opere dell’autore del Nome della rosa, a partire proprio dall’avventurosa storia di quello straordinario romanzo d’esordio: pubblicato in tutto il mondo ma osteggiato dal Partito comunista sovietico per le sue idee “relativiste”, fu tradotto di nascosto e pubblicato in Russia soltanto nel 1988, dopo le riforme di Gorbacev. Attraverso episodi inediti, fotografie, riflessioni sulle scelte traduttive e un’attenta ricostruzione dell’evoluzione tecnologica che ha cambiato per sempre il lavoro editoriale, questo volume ricostruisce il dialogo dei suoi traduttori con un Eco ironico, a volte maniacale sui testi, sempre profondamente umano. Ma è anche il racconto del confronto tra culture diverse, della censura che non risparmia nessuno e di una Russia che cambia – dalla rigidità sovietica alla fragile libertà, fino alle tensioni del presente – osservata attraverso lo sguardo di chi traduce un convinto europeista.
Un libro che è un omaggio e una testimonianza diretta dell’officina creativa di un grande autore, e si aggiunge alle riflessioni raccolte da Eco stesso nel suo saggio Dire quasi la stessa cosa: un’esperienza di traduzione raccontata in prima persona da chi ha la missione di restituire un universo letterario nella sua interezza.
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Elena Kostioukovitch è una scrittrice e traduttrice in italiano e in russo, nata in Ucraina a Kiev, laureata a Mosca e dal 1996 naturalizzata italiana. Ha pubblicato o curato più di trenta libri, molti dei quali in Russia. Tra questi, ha tradotto sette romanzi di Umberto Eco, numerosi libri di non fiction dedicati alla storia della cultura europea, antologie di autori italiani, monografie sulla storia dell’arte, e raccolte di poesie. Da diverso tempo, dissociandosi dal regime che si è installato in Russia, preferisce scrivere in italiano, lingua in cui ha pubblicato il romanzo Sette notti (2015). Nel 2000 ha fondato un’agenzia letteraria, Elkost Intl., che ha portato nel mondo autori russi (come Ludmila Ulitskaya, Guzel Yachina, Boris Akunin, Jurij M. Lotman) e ha pubblicato e promosso, anche per conto della ONG “Memorial” (premio Nobel per la Pace 2022), diversi reperti d’archivio che raccontano i misfatti del regime sovietico o riguardano la difesa dei diritti umani nella Russia contemporanea (come le lettere di Mikhail Khodorkovsky dalla prigione, 2008-2009). Ha vinto il premio Bancarella Cucina 2007 per il libro Perché agli italiani piace parlare del cibo (tradotto in 20 paesi), il premio Grinzane Cavour per la traduzione 2003 e il premio nazionale per la traduzione 2007 del Ministero dei Beni Culturali italiano. Ha insegnato in varie università del mondo, dalla Russia al Giappone all’Argentina, e alla Statale di Milano dal 2001 al 2017. Vive a Milano dal 1988. Presso La nave di Teseo ha pubblicato Nella mente di Vladimir Putin (2022) e Kyiv. Una fortezza sopra l’abisso (2025).
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