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Guerra Ucraina, Kostioukovitch: "Perfino in Urss i dissidenti avevano voce"

 

Per la traduttrice di Umberto Eco sin dai tempi de Il Nome della Rosa in samizdat, "ora l'Occidente non è compatto nell'ascoltare chi si oppone al regime".

Chi si oppone ora a Putin non ha voce. E in Occidente, chi ha deciso di lasciare la Russia non trova l'ascolto e l'accoglienza su cui potevano contare i dissidenti in epoca sovietica, spiega in una intervista all'Adnkronos la scrittrice e traduttrice Elena Kostioukovitch, da 33 anni in Italia, dove è arrivata dopo aver tradotto in russo, prima in samizdat e poi finalmente pubblicato nel 1988, 'Il nome della rosa' di Umberto Eco.

"Chi scappava dall'Urss poteva raccontare i misfatti che vi accadevano e avere appoggio. Arrivava Brodskij, tutti lo festeggiavano. Ora non c'è più questo clima di grande ascolto, l'Occidente è in preda a discussioni che dividono molto la società e questa dilaniante insicurezza, opinioni degli uni contro gli altri, anche a proposito di questa guerra, creano una atmosfera molto difficile", racconta Kostioukovitch, nata a Kiev e laureata a Mosca, autrice del pamphlet "Nella mente di Putin" in uscita questa settimana per La nave di Teseo.

"Quando sono arrivata io in Italia, ho trovato un'opinione pubblica compatta contro la mancanza della libertà di parola in Unione sovietica. Tutti erano d'accordo sulla necessità di un cambiamento. Ora non è più così. E l'Urss non aveva dato il via a una guerra nel cuore dell'Europa, una guerra così disumana, come ha fatto la Russia di Putin", sottolinea Kostioukovitch, ammettendo che non avrebbe immaginato che si potesse arrivare a questo punto, pur pensando di sapere bene chi fosse il Presidente russo (da tempo ha scelto di scrivere in italiano, dissociandosi dal regime al potere in Russia).

Ora non si può neanche parlare di dissidenti. "Dissidente è uno a cui è permesso raccontare il proprio punto di vista. Giordano Bruno ha potuto parlare, perlomeno nel tribunale dell'Inquisizione. In Unione sovietica i dissidenti scrivevano e parlavano. E prima di essere messi in prigione, avevano il tempo di raccontare quale fosse il conflitto fra bene e male, cosa faceva il regime".

Quello che avviene ora è una strana lotta. Si oppongono "persone la cui dignità è ferita", aggiunge Kostioukovitch, cresciuta in epoca sovietica fra i dissidenti, amici intimi della sua famiglia. "Nella società russa cresce una strana e diffusa macchia di leopardo, chi non vuole perdere completamente contatto con quello che c'è di umano nelle persone. Non sono intellettuali. Non sono dissidenti".

Ma poi c'è altro: "non c'è il tempo di riflettere". E' difficile maturare una opinione articolata sulla guerra, farla sedimentare nel tempo. I dissidenti sovietici avevano a loro disposizione tempi più lenti. Negli anni Settanta Solgenitsyn scriveva degli anni Trenta.

Chi avrà il ruolo che ebbero in Unione sovietica gli intellettuali? Sono le persone che hanno lasciato la Russia fra il primo e il tre di marzo, "che fino all'ultimo sono rimaste per fare informazione, che si sono esposte fisicamente e hanno parlato al pubblico nei momenti più critici e che per questo possono contare su di una enorme credibilità". Giornalisti di Dozhd Tv, di radio Eco di Mosca, di Insider.

Fra loro Timur Olevskiy, vice direttore di Insider - lavorava con lui Oksana Baulina, la giornalista russa uccisa il 23 marzo scorso a Kiev- Tikhon Dzyadko, di Dozhd -uno dei quattro giornalisti russi che ha intervistato Volodymir Zelensky - Ekaterina Kotrikadze, capo del servizio esteri di Dozhd, Anna Mongayt, anche lei di Dozhd. Sono andati via subito dopo essere stati disconnessi in diretta. "Viviamo in un'epoca in cui si può vedere tutto, come a teatro", commenta l'autrice, che ha fondato una agenzia letteraria con cui ha fatto conoscere in tutto il mondo Ludmilla Ulitskaya e Yurij Lotman, fra gli altri.

Si tratta di giornalisti che hanno contatti importanti anche in Occidente e che costituiscono il nucleo di quella che Kostioukovitch chiama la "seconda ondata" dell'esodo, dopo la prima, scattata con la pandemia, con la riforma della Costituzione introdotta da Putin e con leggi come quella sugli individui considerati agenti stranieri, legge che impone a chi viene considerato tale di esibire al fisco gli scontrini di ogni spesa, o di identificarsi come 'agente straniero' in ogni contatto con le istituzioni.

Che qualcosa sarebbe accaduto, lo avevano capito due anni fa in molti del "gruppo dei creativi" in Russia, giornalisti, professionisti, artisti, "in costante contatto fra di loro". "La pandemia ha offerto la possibilità di introdurre restrizioni dappertutto e Putin ha cavalcato questa tendenza con leggi anti costituzionali e divieti".

"Come è avvenuto durante il nazismo, si è iniziato con le norme meno terribili, abituando piano piano la società che viene gradualmente divisa. Uno storico troverebbe delle differenze, ma a grandi linee la legge che estende agli individui la dicitura di agente straniero è come la stella gialla per gli ebrei nella Germania nazista. Si è definito un intero gruppo di persone escluso dalla vita normale". Chi aiutava o lavorava con un 'agente straniero' diventava a sua volta agente straniero. "Questa ondata di maltrattamenti è diventata poco a poco talmente naturale che ha roso dall'interno la società russa che si è scoperta a un tratto come ai tempi sovietici. A questo si sono aggiunte le vessazioni della polizia, dirette anche ai singoli che protestavano con un cartello come 'libertà a Navalny'". In molti hanno cominciato a lasciare la Russia allora.

La terza ondata migratoria è invece in atto proprio ora. Partono quelli che non avrebbero mai pensato di farlo. Ma non sono del tutto convinti. Spesso ci ripensano. Ci sono enormi problemi anche per chi gli aiuta. Non si tratta solo di persone di una certa età. L'indecisione investe anche ragazzi giovani che dovrebbero partire fino a che possono farlo, per evitare di essere chiamati soldati. "Uno di loro al momento di andarsene, ha detto 'non me la sento'", testimonia Kostioukovitch.

ADNKRONOS